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Mmmm, la vita a Pekino scorre senza intoppi, con i suoi orari e appuntamenti.
Se non si esce per fare una qualche escursione particolare o un acquisto importante in uno dei templi del capitalismo coatto, si può dire che abbiamo delle abitudini… e persino fuori dall’ospedale conoscenti e alcuni amici.
La mia giornata tipica in quel di Badachu:
Ore 06.00:
I nostri simpatici vicini d’albergo incominciano ad urlare per i corridoi sbattendosene di tutti e di tutto, i loro infami bambini corrono e giocano tenendo le televisioni a 90. (come dicevo qualche giorno fa, questo posto raccoglie dei gran cafoni neoarricchiti di fuori città che vengono a visitare la capitale e, essendo cinesi, si svegliano alle cinque per lanciarsi nel turismo con foga e dedizione).
L’altr’anno, furioso, sono uscito in mutande due o tre volte a staccargliene 4 facendogli il segno dell’orologio e della nanna:
–dito sul polso-sguardo incazzato-mano sull’orecchio-
ottendendo solo di essere preso per il culo da tutti i presenti con grande spreco di risate: gli insulti in italiano sono niente in confronto al suono di uno sfottò cinese, pieno di note tronche lasciate lì nell’aria e seguite da risatine isteriche.
Ore 07.30:
Sveglia sul nostro cellulare, urlo ulcerico dello stomaco per la fame e la stanchezza, confronto crudele con lo specchio del bagno rischiarato da neon giallo che mi fa temere ogni mattina una mutazione della pelle, un affusolamento sospetto degli occhi. Dopo la doccia o l’abluzione veloce, scendiamo nella hall dove ci aspetta la calorosa indifferenza delle receptionist che non provano a pronunciare una parola di inglese neanche sotto la minaccia delle armi. Tutte le mattine salutiamo
passando, tutte le mattine emettono un verso sordo e appena ci giriamo tornano nel loro limbo psicotropo da 16 ore al giorno di lavoro che non le rende troppo sveglie nè socievoli.
Usciamo e a seconda del caldo, dell’umido e della fretta possiamo decidere se investire 10 yuan (1 euro) nel taxi abusivo o andare a piedi. Se andiamo a piedi ci sono 15 minuti di cammino lungo Badachu Lu (Lu= street), un bagno turco di svariate puzze mentre veniamo corteggiati dai taxi che rallentano per caricarci. Passiamo di fianco ai vecchietti che riparano le biciclette sul marciapiede, superiamo il ponte traballante sopra il canal fetido con l’acqua verde-diesel, attraversiamo l’incrocio della muerte con infinita prudenza: la striscia pedonale è ancora avvertita come una miglioria estetica del manto stradale e nulla più. Prendiamo il viale alberato che porta all’ospedale e siamo arrivati.
0re 09.00:
Colazione nella sala comune, chiacchiere rituali, traduzioni varie per chi non capisce l’inglese.
Terapie mattutine: agopuntura, massaggi, ciclette, massaggio ad aria con una macchina stranissima che non avevamo mai visto in Italia. Due volte a settimana passa il dottor Pain a massacrare i pazienti con le sue manone forti come tenaglie, circondato dall’alone mistico che lo contraddistingue, sciamano e sultano dell’ignoto. Ha un viso da gatto e una risata potente.
Controllo la posta, scarico le foto sul computer, leggo il blog di Grillo, i siti dei giornali italiani accessibili (per esempio Repubblica è bloccato, sta antipatico al firewall dell’ospedale).
Vita di società tra la sala computer e la stanza comune. Il microcosmo del reparto si articola pittoresco: nel corridoio con le chiacchiere tra una porta e l’altra delle camere, come in certi vicoletti delle città di mare, tipo Genova. Nella camera delle ciclettes, nella zona fumatori fuori dall’ingresso proprio di fianco al guardiano della security -mortoinpiedi- un ragazzino di 50 chili e credo 16 anni con la divisa da militare che fa turni da 24 di fila (si alterna con un altro di uguale statura e robustezza) lo vedo spesso assonnato, sarà un caso?
Ore 11.30:
Arriva il pranzo, abbandonato in camera fino a un ora più degna e quindi vulcanizzato nei microonde della sala comune (continuo a sbagliarmi coi tempi e ad arrostire irrimediabilente le mie pietanze).
Dopo pranzo mi attacco al computer e mi lobotomizzo in vari modi, telefonate intercontinentali con skype, chat su messenger, scrittura pseudocreativa… oppure collasso nel riposino pomeridiano che però può portare a svariate psicosi naziste, l’esempio è mia madre che cerca di dormire in camera dalle 14.00 in poi e viene regolarmente svegliata ogni 3 minuti da un infermiera che entra bussando per controllare qualcosa a papà. Le infermiere non lo fanno apposta, teoricamente avremmo dovuto mangiare alle 11.30 e dormire se volevamo fino alle 14.00 indisturbati. Noi sfasiamo gli orari e tutto si accavalla. Risultato: mamma con tendenze omicide che esce sbuffando al diciottesimo risveglio forzato. C’est la vie, ma chere.
Ogni tanto qualcuno parte (oggi Marco con Giovanni e Gloriana, Hart con mamma e zia).
E qualcuno arriva: una famiglia di Iraniani e una di Rumeni… previsti nuovi arrivi per il weekend.
Le partenze di solito si snodano lungo il corridoio del pianto: chi parte nel salutare si commuove e via a catena come un domino tutti a buttar lacrime in una specie di rito collettivo spontaneo e catartico. Per tutti è un piacere tornare a casa, dai propri cari, le proprie cose. Per tutti è doloroso andarsene perché lasciano il microcosmo:
Che è vivere alcuni giorni vicino ad altre persone che hanno il tuo stesso problema, con cui condividere sfighe e speranze, sforzi e traguardi piccoli e grandi. Affrontare anche il dolore in maniera diversa dalla solitudine della propria casa, non sentirsi gli unici al mondo nell’occhio del disastro ma tanti e determinati a farne uscire qualcosa di buono.
A parte il corridoio del pianto durante le partenze, di solito ci si tiene belli allegri.
Nel pomeriggio ancora ciclette e chiacchiere e passatempi per i pazienti (sennò si spazientiscono).
Ore 17.30:
Arriva la cena, ignorata anche questa fino alle sette-sette e mezza. Il caldo incomicia a scendere verso la soglia di umana decenza, giro al supermercato per un po’ di spesa.
Alle 18.00 Badachu cambia faccia: arrivano le biciclette con il rimorchio a vendere la frutta in massa, i ristorantini sulla strada aprono per la cena, un fottio di gente in giro. Giro al negozio di dvd: 6 yuan per ogni film (60 centesimi di euro, più o meno il prezzo di un disco vergine da noi)
Inglese sottotitolato cinese.
18.30: aperitivo con spiedino atomico e birretta Tsingtao al barbecue di fianco ai dvd. 10 spiedini di agnello: 5 yuan (50 centesimi di euro).
Ore 19.30:
Cena e chiacchiere nel corridoio. Cineforum nella sala comune, sessioni di download canzoni mp3 e video divertenti nella sala computer, birrette cinesi con pesce secco (un ottimo mastichino di accompagnamento).
Ore 23.00
Salutati mamma e papà, scritte le ultime mail e finite le telefonate. Prendiamo le nostre cose e ci avviamo verso l’albergo. Ogni tanto prendiamo un taxusivo (taxi abusivo) altre ce la facciamo a piedi, di solito quando non tira secchi d’acqua. (quest’anno il clima è tropical-uraganico).
L’altra sera era veramente tardi, siamo stati in reparto fino all’una e mezza per salutare Marco e Hart, usciamo per strada nel buio e silenzio più totali, ci incamminiamo per la strada deserta.
All’improvviso una macchina comparsa dal nulla accosta sgommando di fianco a noi, sto già per mettermi sulle difensive quando riconosco l’automezzo:
La Guido-mobile!
Guido ci fa segno di saltare sopra, ci da un passaggio.
Arrivati alla porta dell’hotel faccio per tirare fuori il portafoglio e lui mi blocca la mano, ci fa segno di andare con un sorriso. Mi ricorda soltanto di chiamarlo se abbiamo bisogno di un viaggio serio.
(segno della cornetta del telefono)
Lo rigranziamo esaltati, abbiamo un amico in Badachu, di vecchia data.
Se mai avessimo qualche problema coi locals lui comparirebbe a salvarci come un angelo custode.
Perché questo è un paesino dove tutti sanno tutto. Intorno c’è Pekino e ogni tanto mi ci tuffo.
