1 - Freddo
Ho sentito un colpo alla porta?
Apro gli occhi. Ho freddo. Il cuscino è umido e il fiato si condensa a pochi centimetri dal mio naso. Sono avvolto dentro il sacco a pelo, la maglietta sudaticcia.
La casetta di legno è rischiarata da lamate di luce bianca e azzurra che passano dalle persiane accostate, dal buco della serratura e da uno slargo della porta un po imbarcata.
Il termosifone elettrico è impostato al minimo e cionondimeno ha la lucetta rossa accesa, segno che sta tritando mille e passa watt per rendere la temperatura idonea alla presenza umana.
Richiudo gli occhi meccanicamente.
Sento un colpo alla porta.
Questa volta l’ho sentito. Salto giù dal letto incurante del freddo.
Giro la chiave nella serratura e vengo accecato dalla luce al laser del mondo esterno.
Sono scalzo e in mutande, la maglietta spiegazzata copre a mala pena le vergogne,
mentre metto a fuoco una faccia dentro un cappuccio, sento un naso di cane che mi annusa le palle, pardon due nasi dietro i quali si srotolano due cagnacci lupigni, una corda e in fine mastro gerry .
Ciao gerry arrivo subito.
Fischio di risposta.
Le birre e gli eccessi di ieri sera mi tornano in mente tuttinsieme mentre opero il terzo passo della giornata, girandomi per recuperare i pantaloni, le calze e una maglia.
Mi vesto in fretta, mi butto addosso la dovuta stoffa e lana, le scarpe, il berretto come un soldato, sono tutto stropicciato ma non sento il bisogno di altre cure.
.
Corro fuori che il mio amico è già distante di una ventina di metri, cammina veloce, i lupi che tirano la fune.
L’aria ha il sapore perfetto del freddo e del vento, è profumata di resina di pino, di legno e pietra, di pioggia e rugiada. Il sole è basso incastrato di traverso dietro la solita montagna, i raggi arrivano obliqui, a tratti, e nuvole atletiche percorrono lo schermo del cielo in un batter d’occhio.
Il silenzio di qui è la mancanza di rumori altri, estranei al solito bouquet del silenzio perfetto di un mattino come questo che è il vento tra gli alberi, il fragore del torrente in lontananza, i sassi messi in moto dai miei passi.
Sulla terra del sentiero fanno lo stesso scricchiolio sordo di quando lo percorrevo da bambino con le scarpe con la chiusura col velcro, che non sapevo neanche allacciare le stringhe.
Mastro gerry cammina spedito e leggero e non c’è mai fatica nel suo incedere.
Visto da dietro è una figura solenne nelle sue spalle squadrate, il volto celato dal cappuccio, la corda che lega insieme le due bestie gli cinge i fianchi come la cintura di un monaco montanaro.
I lupi sono tutto un annusare, un tendere verso qualcosa che ci è ignoto, celato ai nostri sensi.
Cammino e mi scaldo i muscoli intorpiditi, il freddo e la brezza mi alleviano il cerchio alla testa, a passo di marcia inspiro aria fredda e profumata di fiori alpini. Il sole si spacca in lembi blu e rossi e verdi.
Uccelli.
Gerry mi passa una canna d’erba, mentre i lupi pascolano e si dissetano in riva al torrente che costeggia il sentiero.
-Mi sa sta notte ne ha messa un bel po’ su di là.
Indica col dito. Alzo gli occhi sull’altro versante della valle: un luccicante latteo strato di neve fin giù dove iniziano gli alberi si è posato nottetempo, non me n’ero accorto.
Fumare mi cancella il mal di testa in tre boccate e vengo colto da una lieve vertigine, mentre il sole si sbarazza finalmente di una nuvoletta testarda e ci investe giallo sparato.
Camminiamo per il sentiero, giù fino alla statale.
I cani ora spingono verso la fonte e dopo verso il sentiero che porta ai camosci, vicino ai bacini idrici.
Sono ormai perfettamente sveglio. L’aria è frizzante.
Sono le sette e mezza di mattina.
2 - Caldo
Caldo il sogno sudato nel caldo torpore del risveglio caldo come il caldo soffocante caldo di una sauna, un bagno turco, un… un hammam bello caldo ecco. il caldo umido hammam di maometto.
Caldo dentro la testa, la testa calda, la testa che brucia fino a che..
Apro gli occhi. Un salame umano composto di jeans strappati e maglietta incollata dorme di fianco a me. Luce rossastra, venata di bande nere e arancioni.
Sessanta gradi.
Una formica mi cammina dentro l’orecchio, rovisto finchè non la estraggo, trovo gli occhiali riposti nella scarpa destra, l’orologio nella sinistra, sono le sette di mattina, sono in una sperduta oasi della tunisia vicino a Tozeur.
La tenda è al sole, questo è un fatto.
Potrei avere un arresto cardiaco da un momento all’altro, e questo è un altro fatto.
Raccolgo le forze il coraggio e il mio fedele espanso, scavalco il salame umano e altri due cadaveri, emergo dall’igloo scaldavivande.
Il cielo non si può guardare. L’orizzonte non si può guardare. La terra rossastra neanche si può guardare.
La luce mi investe, mi trapassa che neanche faccio ombra.
Vorrei scavare un buco, trovare una grotta, comprare un albero sotto cui mettermi.
C’è una sola cosa che fa ombra qua intorno.
Trascino l’espanso sotto il furgone, mi ci adagio come un meccanico, maglietta sopra la faccia onde evitare eventuali gocce d’olio.
il giorno arriva troppo presto e troppo forte, in lontananza si sentono già sfrecciare i fuoristrada da deserto sulla pista del lago salato.
La luce rimbalza sulle cose, sulla terra, perfino la poca luce riflessa che si insinua tra le ruote viene a sbattermi contro e mi cuoce lentamente.
Me ne sto ancora un po’ sotto il furgone, molestato dalle mosche, nascosto a questo sole impietoso.
Tra poco farà caldo sul serio, e sarà ora di ripartire.
3 - Attesa e vibrazioni
Su e giù e colpo sulla fronte, su e giù e un altro colpo sulla fronte. Fino a un colpo più forte.
Apro gli occhi che l’autoradio sta suonando I Nomadi. Ho dato una bella craniata, forse Giorgio ha preso una buca. È quasi l’alba, il cielo è viola. Ho dormito per almeno quattro ore lungo le strade tutte curve slovene e l’infinito rettilineo dell’autostrada croata.
Ogni movimento mi svela un dolorino nuovo dato dal dormire accartocciato. Bevo succo di frutta, mangio un paio di biscotti e poi un pezzo di formaggio e un pomodoro, alla rinfusa.
Sui tre sedili davanti c’è una discusione antisonnolenza iniziata e carburata, per prendervi parte dovrei stare tutto sporto in avanti. In due svegli a vegliare sul guidatore son già più che sufficenti.
Dietro e intorno a me corpi spiegazzati e immobili, chi con la bocca aperta a perdere bavelle, chi ciondola testate come me, chi tutte e due le cose.
Mi riaggomitolo sul mio sedile, pinzo le ginocchia in quello di fronte e cotono di nuovo.
Colpo sul vetro. Questa volta da fuori.
Apro gli occhi che un doganiere Bosniaco confronta la mia faccia da sonno agitato con la mia di giovincello capellone che ho sul passaporto.
I timbri e i rinnovi non lo convincono troppo ma in fondo è una pantomima. Forse si farà dare dei soldi con qualche becero pretesto.
La mia attenzione si concentra sull’involto di carta unta che mi porgono da davanti. Un brivido sinaptico mi corre lungo il corpo quando ne annuso il contenuto: la prima pita di patate e formaggio del viaggio, comprata fresca fresca cento metri prima della frontiera. Sapori e profumi di Bosnia, alle porte della stessa.
Mangio per golosità, lo stomaco torto dal viaggio, bevo acqua calduccia, guardo fuori nel paesaggio desolato del confine, con le case rotte dalle granate.
Tra poche curve saremo nelle verdi colline di Gracanica e il sonno mi è passato, il furgone dopo tutta la notte macinerà ancora kilometri col suo rumore sordo. E’ una bellissima mattinata.
Ci attendono amici e luoghi da rivedere, l’impazienza di arrivare, un paese piccolo e meraviglioso da attraversare in un'unica fiesta mobile tzigana, montagnina e partigiana.
Lo stereo manda musica di Bob Marley, si sente solo da una cassa ma non importa perché sto già cantando con la mia voce mattutina, un po roca, un po’ bambina.
4 - Tornare sulla Terra
Odore di caffè. Un sordo borbottio. Un vecchio iguana che gorgoglia sotto il mio letto.
Non apro gli occhi.
C’è un solo posto dove mi sveglio con l’odore del caffè, grazie ai prodigi di una caffettiera elettrica munita di timer e posta sulla mia scrivania.
Sono a casa mia?
Muovo la gamba fino al limite laterale del letto, il mio piede sente il metallo freddo della sbarra del soppalco.
Sono decisamente a casa, non c’è dubbio.
I tre beep prolungati mi avvertono che il caffè è definitivamente pronto, starà trenta minuti in caldo, con la resistenza al minimo.
Che è inutile tenere gli occhi serrati, restare a poltrire.
Se mi riaddormento non mi sveglio in un altro posto. O in un'altra vita.
No.
Puntuale arriva il primo pensiero vero della giornata.
Per una strana coincidenza è identico a quello del giorno passato, e di quello prima e di quello prima e di quello prima e di quello prima.
Marta non c’è più.
Marta non c’è più.
Sei solo, stronzo. te lo meriti.
Poi aggiusto il tiro: sei solo uno stronzo, te lo meriti.
Ci provo una terza volta. Sei solo e sei stronzo. Te lo meriti
Mi sveglio tutte le mattine con la stessa triste impressione di aver perso la persona amata per sempre, e quell’impressione man mano che il cervello torna a funzionare prende la forma della certezza, per poi diventare ricordo trasparente di un passato decisamente presente, insomma possiamo dire che i primi dieci minuti di veglia ogni sacrosanto giorno da un po’ di tempo, sono dedicati a un muto pianto solitario, all’acida ripresa di coscienza della mia situazione di uomo solo, nuova per me tutte le mattine.
Sono l’anatroccolo che ogni giorno si sveglia deluso di non esser cigno per nulla.
Sono un uomo che si fa abbattere cento volte dallo stesso proiettile.
Mi sento il cane che si lascia morire di dolore sulla tomba del padrone.
Io sono il mio cane, sono il miglior amico di me stesso.
Una parte di me guarda l’altra morire.
Mi sento l’ultimo depositario della verità sull’amore e su tutte le cose.
Io soltanto serbo intatto e perfetto il ricordo del mio amore, paradigma di tutti gli amori possibili, se me ne dimentico e lo lascio andare tutto si perderà, come lacrime nella pioggia.
Ho bisogno di ricordare di come era stare insieme. Non voglio perdere la memoria dei miei giorni insieme a lei.
E quindi vivo dentro un tempo speciale, il mio passato presente. La scissione semicosciente dei tempi della mia mente. Mentre il mio cane si lascia andare senza soluzione, il cadavere di me vive ancora là.
Nel tempo dei baci, dei sospiri, delle carezze sussurrate e dei dolci risvegli.
Di fianco a me dovrebbe esserci un piccolo esserino dai respiri corti e morbidi.
Non c’è nessun esserino.
Non c’è marta che dorme sul mio cuscino, dov’è allora?
Può esserci un altro posto al mondo dove lei abbia deciso di andare invece che qui?
Posso carezzarmi un po’ le lunghe ossa sporgenti mentre mi sforzo di pensare.
Posso percorrere il perimetro del letto con i piedi e le mani per vedere se si è nascosta per farmi una sorpresa.
In realtà sappiamo bene, sia io che il mio cane, come stanno le cose.
Marta non mi vuole più perché ha un altro uomo.
Un idiota qualunque che passava di là.
Mentre ero troppo impegnato a cercar di fare a meno di lei, lei ha scoperto in fretta come fare a meno di me. Per certe persone è sufficiente lasciarsi amare.
Con donne così c’è sempre qualcuno pronto a sparger complimenti e farti sentire bene e importante e donna, senza bisogno di stare a disperarsi per un uomo che parla col suo cane immaginario, con mille scimmie addosso.
La verità, nel suo stato metafisico più nudo, è che io lasciai marta amandola ancora. Forse non sapevo che facevo. Forse.
Forse credevo di saperlo. Forse come hanno astutamente analizzato i testimoni interpellati, non stavo facendo del tutto sul serio…
Forse sono solo il più gran coglione dell’esercito dei vivi.
Tutte le mattine così, e non mi sono neanche alzato.
Ho pensato tutte queste cose esattamente come ieri e l’altro ieri, prima ancora di avere gli occhiali addosso.
Dicono che i depressi abbiano grandissimi problemi con l’alzarsi la mattina, il rapporto col sonno, la paura di vivere…
Per me il momento più brutto della giornata è quando riapro gli occhi. Quando si riaccende il volume nelle orecchie.
Vorrei essere una pianta.
E dire che adoravo la mattina, adoravo i risvegli con marta. Mi svegliavo sempre io per primo perché lei è una dormigliona ghiro con problemi di insonnia. Io un cannabinoide narcolettico la sera e pimpante la mattina. Quando stavo con lei.
Mi svegliavo vispo e in tiro ed era tutta un’arte svegliarla a coccole e carezze e guadagnarmi i baci del mattino.
Ora sono un ansioso pazzo la notte finchè svengo, un morto in piedi la mattina quando resuscito.
Sono qui.
Nel mio letto a soppalco, i piedi che toccano le sbarre fredde di metallo. Sopra la mia testa non ci sono più stelle da sognare. Mentre ero via è venuto l’imbianchino che ha ridipinto la camera, soffitto incluso.
Avevo delle belle stelle fosforescenti, un po’ comprate e un po’ rubate al centro gioco educativo.
Le avevo appiccicate tutte sopra il mio letto, che essendo a soppalco resta vicino al soffitto.
Le ho avute per anni le mie stelline. Tornato dall’estero, la prima notte senza stelle ci sono proprio rimasto male, ho maledetto l’imbianchino, i miei e le loro manie della casa in ordine e pulita, ho maledetto tutto ciò che muta nella mia vita. Era la prima sera in italia da un botto di tempo, ero solo senza marta,senza sesso nè carezze nei capelli.
E il cielo sopra il mio cuscino era bianco intonaco.
Il mio cane cioè me medesimo, si è messo ad abbaiare: è il tuo solito problema, la tua ansia da cambiamenti, la tua essenza di coniglio.
Il mio cane crede di saperne più di me sull’argomento.
La caffettiera fa un bel beep lungo di rimprovero. E si accomiata. Sono passati trenta minuti in cui il caffè mi ha aspettato invano e al caldo.
Le cose che possiedo sono molto più efficenti di me.
Ci si può fidare della mia caffettiera e ci si può abbastanza fidare del mio telefono.
Il mio computer è una roccia e non mi molla. Diciamo che sono sempre io che deludo loro. Sembrano guardarmi preoccupati, di come mi porto in giro.
Butterò giù i piedi prima o poi da questo materasso, scenderò le scale fino al livello vita quotidiana.
Uno che dorme a un metro e ottanta di altezza prima o poi perde il contatto con la realtà?
Forse il letto non c’entra con questo.
Ho già sprecato più di trenta minuti dietro a un pensiero triste, fisso, insistente e lacerante.
I primi trenta minuti della mia giornata sono così, un -requiem for a dream-
Bisognerebbe non dormire mai.
O al contrario dormire per sempre.
Il mio cagnaccio mi morde una chiappa:
- sa di morte quest’ultima cosa che hai pensato. Vai a cagare, coglione. Credi di essere il primo? Scendi dal letto, stupido. Fai qualcosa, beviti quel caffè tiepido. Guardati intorno, respira a lungo.
Non si può vivere tutta la vita al passato presente.
Lo odio sto cazzo di cane, vorrei ucciderlo ma non posso, non posso proprio, è l’unica voce saggia che mi rimane da ascoltare, nel silenzio del mio mattino, da solo, a Torino.
